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GEO, AEO e Zero clic. Ritorno alla centralità del contenuto?

Percentuali emblematiche raccontano il nostro rapporto con l’AI e nuove sigle ancora da approfondire ridefiniscono il mestiere del creatore di contenuti testuali, dalle pagine web ai libri di carta.
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Image by Gerd Altmann from Pixabay
Zero clic: se l’AI non ti legge, non lo farà nessun altro?

Il 69% delle ricerche condotte su Google si conclude con zero clic. In pratica, l’AI che Google ha integrato nel proprio motore di ricerca è in grado di accontentare gli utenti in oltre i due terzi dei casi. I link, le pagine web suggerite come approfondimento interessano a pochi. Conseguenza, nessuno ci clicca sopra per leggerle.

Il fenomeno zero clic è contemporaneamente sintomo e causa del passaggio epocale dalla SEO (la Search Engine Optimization basata su keyword) alla GEO (Generative Engine Optimization) e AEO (Answer Engine Optimization). In pratica, per avere visibilità nel web oggi bisogna essere inclusi nelle risposte “confezionate su misura” dall’AI e inserite al primo posto nella pagina. Con buona pace degli sforzi fatti per anni nel tentativo di scalare e mantenere le prime posizioni nella SERP (Search Engine Results Page).

Siamo passati dal “se non mi trovano tra i risultati della prima pagina non mi sceglieranno mai” al “se l’AI Overview non mi inserisce tra le sue fonti sarò invisibile”. Tutt’altro che banale, questa rivoluzione nasce da un profondo mutamento del rapporto tra essere umano e motore di ricerca.

GEO e AEO: domande prevedibili e risposte semplificate

Fare ricerca online significa ormai porre domande alla macchina con il medesimo linguaggio naturale che usiamo tra umani: è la ricerca conversazionale in cui le domande si possono porre anche con la voce o tramite immagini. Domande fatte per ottenere risposte scritte con la stessa naturalezza, soddisfacenti, che nella maggior parte dei casi non avranno bisogno di ulteriore approfondimento.

Ecco, essere citati in quelle risposte significa che siamo autorevoli agli occhi dell’AI e, di conseguenza, a quelli dell’umano che soddisfa la sua curiosità. Quell’umano non farà clic per visitare il mio sito, ma trovarmi nella risposta ricevuta da Google molto probabilmente orienterà il suo pensiero e una sua possibile scelta.

Le “antiche tecniche” per comporre le Query stanno cadendo nell’oblio. La navigazione non è più esplorazione di contenuti, ma sintesi mirata e puntuale. Essere selezionati e citati in quella sintesi è il nuovo obiettivo di chi produce contenuti. E per riuscirci bisogna conquistare la fiducia dell’AI.

In pratica, dicono gli esperti di AEO, bisogna capire (anticipare) quali sono le domande poste dagli utenti e, a queste, fornire risposte dirette. Produrre testi facilmente sintetizzabili che l’AI possa interpretare come affidabili inserendole, per questo, nelle proprie “reti di significato”.

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Come creare contenuti di qualità e realmente informativi?

Testi puramente promozionali dai toni roboanti e infarciti di claim vuoti non sono interessanti per la macchina pensante. Contenuti disseminati di keyword fino allo sfinimento sono scartati. L’AI non si fida nemmeno dell’AI, riconoscendo spesso testi prodotti da un’intelligenza generativa come materiale da scartare. Si fida, invece, di scritti che offrono informazioni con immediatezza, chiari e semplici, possibilmente arricchiti con esempi reali, verificabili e non eccessivamente lunghi.

Si tratta dunque di ridefinire un intero sistema o, forse, di recuperare tecniche giornalistiche che per anni abbiamo messo da parte inseguendo la monetizzazione dei clic.

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No clic, no money

Il passaggio dalla SEO alla GEO sta influenzando, anche economicamente, sia produttori di contenuti professionisti come giornalisti, blogger ed editori, sia brand e aziende. Oggi tutti hanno bisogno di lavorare su un doppio binario: presidiare il traffico diretto già consolidato e investire su identità e autorevolezza per essere premiati dai modelli generativi.

Ma meno clic significa anche meno introiti da impressioni e pubblicità, dunque margini più bassi per i creatori di testi. Un destino di povertà attende chi scrive per vivere? Forse no. Consideriamo che l’AI ha continuamente bisogno di nutrirsi con testi nuovi, “freschi”, per non appiattire le proprie risposte, quindi non ha senso pensare che l’AI seppellirà i creatori di contenuti testuali. Sicuramente cambieranno metriche e unità di misura.

Il volto triste di questa rivoluzione è la negazione del piacere (e del valore) della scoperta, annullata da scelte altrui, da algoritmi che non conoscono emozioni. La creatività è una prerogativa umana, ma se agli umani iniziasse a scarseggiare la curiosità? La frase “Stay hungry, stay foolish” rivolta da Steve Jobs ai laureati di Stanford è incompatibile con la pigrizia di risolvere ogni cosa, dove, quando e chi in pochi decimi di secondo.

 

I libri continueranno a esistere?

 

Un barlume di speranza lo lasciamo ai come e perché. Questa sfida, infatti, paradossalmente rimette al centro l’uomo e l’umanizzazione dei contenuti. Per definire l’autorevolezza di un autore, gli assistenti AI cercano tracce e conferme delle sue competenze sondando molteplici fonti. Tra queste, il caro vecchio e umanissimo libro di carta (naturalmente se presente in formato digitale sulle principali piattaforme di distribuzione), con una nota di merito se è stato pubblicato da una casa editrice di un certo livello. Quel libro per l’AI rappresenta un’informazione stabile, una certificazione di competenze, una fonte da citare con priorità rispetto a un post social. Ed è anche una risorsa per gli umani che avessero la curiosità/volontà/necessità di approfondire e trovare risposte ampie ai loro come e perché difficilmente estinguibili in poche righe precompilate.

In questo panorama in continua evoluzione, noi di Three Studio cerchiamo di mantenerci aggiornati e continuiamo a scrivere testi in modo professionale. Contattaci se vuoi approfondire le nostre competenze nella creazione di contenuti e per scoprire come possiamo aiutarti.